Quando finirà la crisi finanziaria sui mercati internazionali?

Tutti se lo chiedono, nessuno è in grado di dare una risposta. Si è messa di mezzo la politica: il piano del Governo Federale da mille miliardi di dollari è rimasto bloccato dall’ostilità dei democratici al Congresso Usa. Conseguenza: è caduto il dollaro nei confronti dell’euro, è caduta Wall Street, il barile di petrolio è salito di colpo a 130 dollari, fermandosi poi a quota 122.

 

I democratici americani si sono schierati, dicono, dalla parte degli azionisti e dei contribuenti colpiti dalla crisi, ma il problema non è politico, perché quando il panico travolge le Borse del mondo, i risparmiatori saranno sempre colpiti. In due modi diversi, ma colpiti: si potrà infatti evitare l’aumento delle tasse da parte del Governo, ma in tale caso nessuno potrà evitare l’arrivo dell’inflazione che finisce sempre per tosare i più poveri, quelli degli stipendi, dei salari, delle pensioni, in una parola del reddito fisso. Aveva ragione il professor Tremonti, come spiega stamani un’ampia intervista a Il Foglio. La formula per cui l’Asia doveva produrre merci a basso costo e gli Stati Uniti le avrebbero comprate a debito è fallita. E come dice Tremonti: non è la fine del mondo ma è la fine di un mondo. Il mondo, diciamo noi, della finanza allegra, coperta altrettanto allegramente dagli economisti e dagli Stati.

 

La globalizzazione dei mercati ci è costata carissima perché, spiega Tremonti, “un enorme quantum di debito è venuto ora a scadenza. Con la sua cambiale, che va pagata”. Ce la faranno gli Stati Uniti a bloccare la speculazione? Ce la farà l’intervento della mano pubblica a salvare le banche e gli istituti di credito? Basterà il piano del segretario al Tesoro Paulson a ridare al mercato la fiducia e la speranza che sole lo possono sostenere? Conclude Tremonti: “È presto per dire che è sufficiente. Bisogna aspettare, bisogna aspettare anche la politica”.

 

La crisi internazionale ci riguarda ovviamente da vicino, perché se in America arriverà una fase di recessione - di cui già si intravvedono i primi segnali - sarà quasi impossibile evitare una ricaduta negativa sull’Europa. Anche perché, forse, non ci si è resi conto su scala europea di quali pericoli stiamo correndo: non è più tempo soltanto di strette ai bilanci pubblici in funzione anti-inflazionistica, perché il taglio sarà operato tristemente dalla caduta generale dei consumi. Occorre invece rilanciare subito l’economia sostenendo gli investimenti produttivi.

 

Sulla strada per uscire dalla crisi si esprime stamani, con un forte intervento su Il Sole 24 Ore, il direttore del Fondo Monetario Internazionale Richard Strauss-Kahn. Propone, il direttore, una sorta di rete protettiva, quasi un piano di protezione civile, per ricostruire il sistema finanziario globale.

 

La ricetta si articola in tre punti:

1.     si dovranno rassicurare i risparmiatori garantendo che i loro depositi in banca sono sicuri e si dovrà allo stesso tempo iniettare liquidità per sostenere gli istituti finanziari barcollanti;

2.     si dovrà ripulire il sistema, rastrellando i famosi derivati e tutti gli altri strumenti (che avrebbero dovuto coprire i rischi del mercato e invece hanno finito per affondarlo) attraverso un’agenzia governativa per evitare l’impatto drammatico sugli altri titoli;

3.      lo Stato (e non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa) dovrà immettere nuovi capitali, denaro fresco nel sistema finanziario che in questo momento è asfittico e rischia di soffocare, portandosi dietro investitori e investimenti.

 

Il direttore del Fondo Monetario ammonisce tutti. E questo monito riguarda anche l’Europa. Bisogna preparare un piano di intervento contro gli imprevisti finanziari per gestire il fallimento di banche o di istituti che possono avere nascoste ramificazioni in tutta la società civile. Si dovrà insomma preparare piani di intervento e di sgombero come quelli contro l’alluvione dell’Arno o l’eruzione del Vesuvio, ovvero contro ogni sorta di crisi finanziaria, anche la più imponderabile.

 

Il governo di centrodestra che pure riscuote la stragrande maggioranza dei consensi - anche dopo la crisi Alitalia in cui i cittadini sono stati saggiamente informati sui veri responsabili, vale a dire la Cgil e piloti, del fallimento - dovrà affrontare una crisi epocale. Ma proprio Tremonti ci indica l’unica strada possibile: quella dell’economia reale, della produzione e del lavoro, e dell’economia sociale di mercato, del probabile necessario intervento dello Stato a favore dei più deboli, di chi non ha le risorse neanche per sopravvivere.

 

È questo un cambio di direzione in economia che fa da corollario anche al crollo delle ideologie nella politica. E si resta stupiti davvero ad osservare l’insistenza di un’opposizione a favore di un mercato che la sinistra ha capito in ritardo e che ora essa difende, male, quando il mercato è già entrato in crisi.

 

Si dovrà perciò navigare, come Il Quaderno aveva anticipato già nel luglio scorso, in un mare procelloso, evitando gli scogli di un’opposizione rimasta arretrata nell’analisi economica e politica e cercando soprattutto di sostenere il potere d’acquisto di chi è rimasto senza difesa avendo a disposizione solo un reddito fisso. Una sorta di scudo dello Stato, che non è né di destra né di sinistra, ma sarà imposto dalla necessità.

 

“Bene stanziare fondi per fronteggiare le crisi finanziarie ma servono nuove regole”. Così il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti ha commentato, in una intervista al Tg5, l'iniezione di liquidità decisa dagli Stati Uniti per fronteggiare la crisi finanziaria che oggi è stata sotto la lente dei ministri finanziari del G7.

“Si tratta di misure necessarie - ha detto Tremonti - ma è ancora presto per dire se sono sufficienti. Servono nuove regole più stabili rispetto a quello che hanno generato la crisi”.

Nel corso dell'intervista Tremonti ha ricordato le tre mosse decise dagli Usa: “La prima è stata bloccare la speculazione di Borsa, la seconda normalizzare le ultime due banche di investimento e, la terza, mettere nel sistema una enorme quantità di liquidità per ridare fiducia, un trilione di dollari”.

“Quello che ho detto - ha aggiunto il ministro - e credo ci sia consenso, è che servono adesso nuove regole, più stabili di quelle che ci sono state e che hanno causato la crisi. Bisogna, cioè, vietare certi contratti, vietare certi paesi che sono paradisi legali e certi soggetti che escono dagli schemi controllati. Queste regole -ha concluso Tremonti - devono essere fatte dai governi il più presto possibile”. (fonte Il Quaderno n°160 - 23 settembre 2008)